Moni Ovadia straripante a Ca’ Vendramin con un’ironica e profonda riflessione sulla morale

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Prima ancora che un grande artista, Moni Ovadia si è confermato un grande uomo. Perché il recital “Il registro dei peccati. Rapsodia lieve per racconti, melopee, narrazioni e storielle”, andato in scena ieri sera nella splendida cornice del Museo regionale della Bonifica di Ca’ Vendramin, non è un spettacolo nel senso tradizionale del termine, quanto piuttosto una lunga chiacchierata su temi altissimi come la morale, la religiosità e la cultura di un popolo, affrontati però con una leggerezza ed un’ironia che hanno fatto scivolare via il tempo fra risate e riflessioni profonde. Questa è la grande forza Moni Ovadia: il riuscire con la sua arte affabulatoria a riportare in vita l’antica e ormai perduta arte del racconto. Anzi, come lui stesso ha detto “il racconto del racconto, vero talento ebraico”. “Se sapessimo ancora narrare – ha sottolineato Ovadia facendo correre la mente dei più anziani a quando la sera ci si raccoglieva intorno al fuoco a parlare – non lasceremo i nostri bambini davanti quella scatola che distribuisce muco iconico e catarro verbale”. E, per una sera almeno, la tv è rimasta spenta e ad affascinare occhi, orecchie e, soprattutto, le menti, è stato il fluire delle parole del poliedrico artista, in un viaggio senza tempo e senza confini, sulle tracce della cultura chassidica.

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Inevitabile il riferimento all’attualità, con parole durissime di Ovadia sulla guerra in Terrasanta: “Nel Levitico Dio dice chiaramente ‘la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri ed ospiti’. Da qui è nata quella cultura dell’esilio che ha reso grande il popolo ebraico e che oggi, invece, viene affossata da una fanatica e furiosa corsa alla terra, in un nazionalismo furioso, che disperde ogni traccia di santità. Il popolo palestinese, chiuso in una gabbia a cielo aperto sarebbe, invece, proprio l’ultimo, l’oppresso, lo straniero che nell’ebraismo, come in tutte le religioni monoteiste, è il vero portatore di santità. Si pensi a quanto è scritto nel libro di Isaia, con Dio che parla attraverso il profeta: ‘Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova”. Parole profetiche che, come tante altre citate da Ovadia, studioso attento e profondo conoscitore della storia sacra nel suo agnosticismo che è intimamente religioso, hanno contribuito a sfatare numerosi luoghi comuni sull’ebraismo.

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Momento importante del cammino di conoscenza nel quale Ovadia ha accompagnato gli spettatori è stato quello relativo al canto, inteso come dotazione interiore dell’uomo. Anche questo, ha sottolineato l’artista, è andato perduto e non riusciamo più a riconoscere il canto dell’universo né ciò che è innato in noi: si pensi ai neonati, ai loro vagiti che si fanno nenie in una graduale articolazione di vocali, consonanti e sillabe, prima di arrivare alla parola che è significato e suono. Intonando con la sua voce possente litanie ancestrali, Ovadia ha cercato di trasmettere il senso di questa comunicazione profonda e non verbale, affascinando poi con il racconto delle arpe di pietra di Pinuccio Sciola e del canto primigenio della suora libanese Marie Keyrouz.

Terza tappa dello spettacolo, tutta incentrata sul tema dell’umorismo, “il mio core business”, ha sottolineato Ovadia. E si capisce bene il perché: fra storielle e racconti, fra una risata e l’altra del pubblico, sono continuate a piovere una dopo l’altra perle di saggezza, che hanno aperto squarci di conoscenza su un mondo ancora troppo inesplorato. “L’ironia yiddish deriva direttamente da Dio”, ha spiegato Ovadia, che ha ricordato come il nome del grande patriarca Isacco contenga proprio la radice del verbo ridere.

Prima dello spettacolo, il saluto dell’assessore alla Cultura del Comune di Taglio di Po Veronica Pasetto, che ha ricordato l’importanza di Tra Ville e Giardini, “un festival nel quale l’arte riesce ad essere facilitatrice di valorizzazione delle nostre bellezze, come il Mueso della Bonifica”. Anche l’assessore provinciale alla Cultura Laura Negri, ringraziando Fondazione Cariparo, Regione e Camera di Commercio per il loro imprescindibile contributo, ha rimarcato come “questa rassegna si ponga come obbiettivo proprio quello di offrire occasioni di conoscenza e svago nei luoghi più significativi del Polesine e, quest’anno, in particolare nei nostri poli museali”. Al direttore artistico Claudio Ronda è toccato il compito di introdurre Ovadia, “attore, autore, musicista e scrittore – ho sottolineato – che, attraverso il racconto, il canto e l’umorismo, condurrà gli spettatori in una sorta di cammino fatto di riflessioni lievi ma profonde in un mondo straordinario, un viaggio in una spiritualità solo apparentemente lontana noi, che in realtà ha avuto una influenza fortissima sulla nostra cultura”.

Veronica Pasetto, Laura Negri, Claudio Ronda